Encefalopatia spongiforme bovina o BSE Malattia neurodegenerativa dei bovini. Caratterizzata dalla
degenerazione del tessuto cerebrale (da cui il termine “spongiforme”) e da
disturbi neurologici (da cui il nome comune “morbo della mucca pazza”), sembra
essere causata da agenti proteici detti prioni,
responsabili delle malattie indicate come encefalopatie
spongiformi trasmissibili .
SINTOMI
Dopo un periodo di incubazione
variabile tra 2
e8
anni, l’animale colpito da BSE manifesta irrequietezza e aggressività.
Compaiono quindi segni caratteristici: difficoltà di mantenimento della
postura, di coordinazione dei movimenti e di spostamento dalla posizione
sdraiata a quella eretta; abnorme protrusione dei
bulbi oculari; andatura differente delle zampe anteriori e di quelle posteriori
(ad esempio, ambio delle zampe posteriori e trotto
delle anteriori); prolungata ed eccessiva risposta della cute a uno stimolo
tattile (se l’animale viene toccato leggermente, inizia a tremare); progressiva
diminuzione della produzione di latte; anoressia e perdita di peso. Dalla
comparsa dei primi sintomi, l’evoluzione della malattia è rapida e, in un
periodo di tempo compreso tra le due settimane e i sei mesi, si conclude con il decesso del bovino.
I dati di tipo epidemiologico e i segni clinici
permettono la diagnosi possibile di BSE; la conferma diagnostica, attualmente, può essere effettuata solo dopo la morte del
bovino, mediante prelievo di tessuto cerebrale ed esame istologico. In tal
modo, si evidenziano alterazioni di aspetto spugnoso
del tessuto (spongiosi) e addensamenti scuri detti
placche amiloidi. Inoltre, la proteina PrPprionicaviene
identificata mediante specifiche indagini di laboratorio eseguite sul tessuto
cerebrale (colorazione immunoistochimica; test Western-blot; esame al microscopio elettronico delle
cosiddette fibrille SAF).
EPIDEMIA DI BSE
La BSE ha fatto la sua comparsa di recente e,
rispetto ad altre patologie, secondo modalità particolari.
Da quando fu segnalata per la prima volta nel
1985
nel Regno Unito, due caratteristiche – il carattere epidemico e la
localizzazione in un’area geografica circoscritta – distinsero presto questa
patologia dalle altre EST (a carattere sporadico e
diffuse in tutto il mondo), e suggerirono l’ipotesi di una relazione tra
alimentazione dei bovini e sviluppo della BSE: i bovini potevano essere stati
infettati dalle farine animali con le quali venivano alimentati, preparate a
partire da carcasse di animali deceduti di BSE e quando la malattia non era
ancora stata identificata. Secondo un’altra ipotesi, attualmente
considerata meno probabile, le farine avrebbero potuto contenere residui di
ovini deceduti per un'altra encefalopatia, detta scrapie.
L’USO DELLE FARINE ANIMALI
NELL’ALIMENTAZIONE DEI BOVINI
Già nel 1865 il chimico
tedesco JustusvonLiebig raccomandava l’impiego di mangimi a base di carni
animali nell’allevamento dei maiali, pratica che nel
1900risultava ampiamente
applicata anche ai ruminanti, allo scopo di ottenere elevate produzioni di
latte. I mangimi detti MBM (meat-bymeals, cibi ottenuti dalle carni), genericamente
chiamati farine animali, furono inclusi nell’elenco degli alimenti destinati
agli animali con il “Fertiliser and FeedingstuffsAct” del
1926, pubblicato nel Regno Unito; nel
1928 gli MBM erano usati in tutta Europa e
in America e, nel 1931,
descritti come fonte alternativa di proteine nella nutrizione dei vitelli, in
sostituzione dei derivati del latte come la polvere di latte scremato e il
siero. Nel 1932 il
documento “Fertilisers and FeedingstuffsRegulations” definì come MBM gli alimenti contenenti
non meno del 40% di proteine
animali, parametro rimasto in vigore fino agli anni Settanta, cioè fino all’entrata del paese nella Comunità europea. Nel
1934 le farine animali furono introdotte
anche in Australia come integratori della dieta erbacea delle pecore e, dal
1939, negli allevamenti di bovini da latte.
Nel 1973 nel Regno Unito
fu autorizzata la lavorazione degli scarti animali e, due anni dopo, furono disposti controlli in locali infetti che potevano
esporre l’uomo a rischio di salmonellosi o di brucellosi. Nel
1976 il ministero dell’Agricoltura
statunitense vietò l’impiego di carcasse di ovini
morti di scrapie nella produzione di cibo per animali
o per l’uomo. Successivi decreti britannici stabilirono che presso laboratori
del ministero della Sanità venissero effettuati esami
sulle carni utilizzate nelle fabbriche di lavorazione degli scarti, e che le
carni macellate non adatte al consumo umano venissero sterilizzate o marcate.
ESPLODE L’EPIDEMIA DI BSE
Il 22 dicembre 1984 nella fattoria PitshamFarm nel Sussex (Inghilterra) fu isolata la “mucca 133”
che presentava forte dimagrimento e postura anomala; dopo avere sviluppato
sintomi neurologici, l’animale morì nel febbraio
1985. A settembre dello stesso anno l’esame istologico
del tessuto cerebrale decretò che si trattava di BSE. Intanto, si erano
verificati altri decessi di bovini con sintomi analoghi. Nel giugno
1987 nel Regno Unito ebbe inizio uno studio
epidemiologico sulla diffusione della BSE, le cui cause, in ottobre, furono
attribuite alle proteine prionichePrP; nel dicembre dello stesso anno, la ricerca
epidemiologica fu completata e si concluse che la
malattia doveva essere correlata all’uso dei mangimi derivati da carcasse di
ruminanti infetti. Nel giugno 1988
furono proibiti la vendita e l’impiego di alcuni tipi
di carni per la produzione di mangimi; a luglio entrò in vigore il divieto di
usare farine ottenute da carni e ossa di ruminanti, provvedimento adottato
anche dall’Unione europea nel 1994;
fu proibito l’uso di latte proveniente da bovini sospetti. Lo stesso anno fu
dimostrato che topi da laboratorio infettati con i tessuti cerebrali dei bovini
deceduti contraevano la BSE. Nel dicembre 1989 in Inghilterra e nel
Galles fu bandito l’impiego di frattaglie bovine destinate all’alimentazione
umana. Fu nel novembre di quell’anno che l’Italia
adottò la prima misura anti-BSE, vietando
l’importazione di carne britannica.
Per intervento dell’Unione europea (allora CEE), nel marzo
1990 furono adottate severe restrizioni
delle esportazioni di bovini dal Regno Unito, dalle quali erano esclusi
soltanto i vitelli al di sotto dei sei mesi (direttiva
90/59/CEE). Nel 1994,
in Italia si bandì anche l’uso delle farine animali nell’alimentazione dei
ruminanti.
L’EPIDEMIA RAGGIUNGE IL SUO APICE
L’epidemia toccò il suo apice in Inghilterra tra il 1992 e
il 1993, con circa
1000 nuovi casi alla
settimana. Nell’aprile 1999,
il censimento dei bovini colpiti indicava 174.433 capi
distribuiti in oltre 34.000 allevamenti del
Regno Unito. Focolai di BSE furono diagnosticati in altri paesi, tra i quali la
Svizzera, l'Irlanda, il Portogallo, la Francia, la
Germania; dal gennaio 2001
anche in Italia, con circa una decina di capi infetti. La concomitante comparsa
di nuovi casi della variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob
(nv-CJD), anch’essa focalizzata nel
Regno Unito e riconosciuta come versione umana della BSE nel
1996 dal ministro della Sanità inglese StephenDorrell, indussero negli
anni Novanta una crescente sfiducia dei consumatori europei nei confronti della
zootecnia; la successiva identificazione di nuovi focolai di BSE in altri paesi
europei sollecitò ulteriori provvedimenti di limitazione delle esportazioni di
bovini e il divieto del consumo di parti a rischio, il che ebbe l’effetto di
alimentare paure spesso immotivate legate al consumo delle carni.
PRINCIPALI PROVVEDIMENTI IN ITALIA
Etichettatura delle carni
Allo scopo di permettere il riconoscimento della provenienza
delle carni, il D.M. 30/8/2000
del Ministero delle Politiche agricole istituisce un sistema di
etichettatura obbligatoria delle carni bovine in base al quale
l’etichetta deve riportare “un numero di riferimento che evidenzi il nesso tra
le carni e l’animale o gli animali”;il numero di approvazione del
macello e lo stato membro o il paese terzo in cui è avvenuta la macellazione.
Inoltre, l’etichetta deve indicare il numero di approvazione
del laboratorio di sezionamento in cui è avvenuto il sezionamento; il numero di
registrazione nazionale. Come previsto dal decreto, a partire dal
1° gennaio 2002
le etichette devono segnalare anche lo stato membro o il paese terzo di nascita
dell’animale; quello in cui ha avuto luogo l’ingrasso e quello dove è avvenuta la macellazione.
Eliminazione del materiale a rischio
Il D.M. 29/9/2000 del
Ministero della Sanità prescrive le misure sanitarie di protezione contro le encefalopatie trasmissibili; in particolare, l’obbligo di eliminazione delle “parti a rischio” al momento della
macellazione, che devono essere marcate con apposita colorazione, stoccate
separatamente e avviate all’incenerimento. Queste parti comprendono cranio,
occhi, cervello, tonsille, midollo spinale, ileo intestinale dei
bovini, timo, milza di bovini oltre i 12
mesi di età; vige anche l’obbligo di eliminare l’intero corpo di animali morti
o abbattuti oltre i 12 mesi
(poi trasformato in “di qualunque età” con il successivo D.M.
15/1/2001). Tale decreto vieta l’importazione di
parti a rischio da paesi terzi a partire dal 1°
aprile 2001.
Distruzione delle farine animali
L’ordinanza del 13/11/2000
del Ministero della Sanità mette definitivamente al bando le farine animali e
fornisce disposizioni per la distruzione e il trattamento di questi mangimi. Il
successivo D.L. 11/01/2001
n. 8dà
indicazioni riguardanti l’incenerimentodel materiale a rischio e delle
farine animali, definite “proteine animali trasformate e ottenute da materiali
ad alto rischio”.
Esecuzione di test rapidi
Il D.L. 21/11/2000 n.
335 rende obbligatoria, a
partire dal 1° gennaio
2001, l’esecuzione dei cosiddetti test
rapidi su tutti i bovini macellati oltre i 30
mesi di età, compresi bisonti e bufale. In seguito,
con il D.L. 31/8/2001,
l’età dei bovini viene abbassata a
24 mesi, in linea con quanto avviene già in
Francia e in Germania.
Registrazione dei bovini
Il D.M. 2/3/2001 del Ministero
della Sanità determina l’istituzione del Centro Servizi Nazionale per
l’identificazione e la registrazione dei bovini, che ha sede presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise; in tal modo si intende creare una banca dati in
cui possa essere chiarito il percorso di ciascun animale dalla nascita alla
macellazione.
Abbattimento degli animali
Il D.L. 18/7/2001, in linea con la normativa europea del
29/6/2001, annulla l’obbligo di abbattimento indiscriminato
di tutti i capi di un allevamento in cui sia stato trovato un caso isolato di
BSE.
RECENTI SCOPERTE
La diagnosi certa di BSE può avvenire, con i test attualmente disponibili, solo dopo la morte dell’animale.
Infatti, queste indagini identificano le proteine prioniche
alterate nel tessuto cerebrale e possono essere eseguite su soggetti di età superiore a 24
mesi, quando hanno raggiunto una concentrazione sufficiente al loro
rilevamento. I cosiddetti test rapidi danno un risultato in
24 ore, anziché nei
10-15
giorni necessari all’esecuzione dei test tradizionali. L’andamento
dell’epidemia di BSE è costantemente monitorato, a livello internazionale,
dall’OIE (Office InternationaldesEpizoozies); oggetto di attenzione
è anche la comparsa di sintomi neurologici tipo BSE in animali di specie
diverse che possono essere venuti a contatto con carni e farine animali
derivanti da bestiame infetto; a tale proposito, ha destato preoccupazione il
primo caso di “gatto pazzo”, individuato in Svizzera nel luglio 2001 e
identificato dall’Ufficio federale di veterinaria.
Presso le facoltà di veterinaria di Torino,
Padova e Milano sono allo studio nuove indagini di
laboratorio che, evidenziando nel sangue la presenza di proteine dette prionine, permetterebbero di discriminare gli animali vivi
infetti da quelli sani; infatti, le proteine prionine
normalmente non vengono sintetizzate e si ritrovano, invece, nel siero degli
animali infetti assai prima che compaiano le manifestazioni neurologiche.
L’Istituto di neuropatologia dell’Università di Zurigo ha presentato nell’agosto
2001 uno studio compiuto su topi geneticamente modificati
in modo da produrre anticorpi contro la proteina prionicaPrP; tali molecole prevengono lo sviluppo dell’encefalopatia in topi in cui siano state sperimentalmente
inoculate le PrP, impedendo che queste colpiscano il
sistema nervoso centrale. Ciò sembra rappresentare un primo stadio verso la
sintesi di un vaccino che sia efficace anche sui
bovini e sull’uomo (nei casi della variante umana della BSE, la nv-CJD). Le linee di ricerca sono orientate verso la
definizione di una profilassi di tipo “passivo”, basata sulla somministrazione di anticorpi antiproteine prioniche;
e su una di tipo “attivo”, basata sulla possibilità di inserire nel patrimonio
genetico il gene che presiede alla sintesi di proteine anticorpaliantiprioni.