PSICONAUTI AMANITINICI
Silvio Pagani
L'Amanita
muscaria non è un fungo così velenoso e mortale come si è voluto far credere per
secoli e come ancora lo si vorrebbe spacciare. È sufficiente conoscere la storia
millenaria del rapporto dell'uomo con questo fungo per intuire che quel
famigerato teschio con cui si è soliti ancora oggi marchiare l'agarico muscario
nei manuali per i raccoglitori di funghi è frutto di una secolare campagna di
criminalizzazione nei confronti di un induttore di stati visionari, di una
"droga", il cui uso era radicato fra la popolazione, che se ne tramandava la
conoscenza da tempo immemorabile.
Non v'è maniera più semplice, per sradicare l'uso di un fungo psicoattivo, di
quella di confonderlo fra i funghi mortali: nelle intossicazioni fatali che via
via si verificano, per causa dell'A. pballoides o di altri funghi realmente
velenosi, è sufficiente per alcuni decenni far registrare il nome dell'agarico
muscario accanto alle specie responsabili delle intossicazioni, e il gioco è
fatto.
Ciò potrebbe apparire fantasioso, se non fosse che ci è ben noto che al giorno
d'oggi strutture finalizzate alla repressione dell'uso delle "droghe" hanno
progettato a tavolino e realizzato ben di peggio. Valutando poi che vi sono
tutti i buoni motivi per ritenere che dietro all'opera di criminalizzazione
dell'agarico muscario vi sia stato lo zampone della Chiesa, l'ipotesi di
un'intenzionale operazione culturale di "mortalizzazione" di questo fungo -
durante il '700 o l'800 o molto prima - è plausibile. un fatto storicamente
accertato che, nei momenti della messa al bando delle diverse "droghe" (tè,
caffè, cacao, tabacco, cannabis) i governi e i suoi luminari lacchè non hanno
badato a spese nel tacciare di "mortale" la droga frutto delle loro lucrose
poltrone.
Fa sorridere il pensiero che vi siano stati primi
ministri o ministri della sanità a gridare al pericolo per il dilagarsi nella
società del cacao o del caffè, "droghe così mortali da ammalarsi al solo
pronunciarne il nome", eppure ciò si è verificato davvero.
Tuttavia, il raccoglitore di buone esperienze, lo psiconauta, tiene conto del
fatto che l'agarico muscario non è così innocuo come il caffè, il cacao o la
cannabis e del fatto che il frutto più amaro della criminalizzazione dell'uso di
una "droga" consiste nel processo di deculturalizzazione su cui questa
criminalizzazione si basa. È sempre stato questo il motto e il fine dei
proibizionismi di tutti i tempi: deculturalizzare i comportamenti che sono da
reprimere. Decenni, se non secoli di deculturalizzazione di una "droga" fanno
perdere la conoscenza, oltre che eventualmente della "droga", dei modi più
adatti per usarla e per non farsi del male. Il proibizionismo spazza
letteralmente via tecniche di preparazione e di approccio la cui conoscenza è
stata accumulata e tramandata per secoli e spesso - come nel caso dell'agarico
muscario - per millenni: conoscenze acquisite nell'Età della Pietra!
Nella rivalutazione dell'agarico muscario e della sua congenere agarico
panterino come "allucinogeni" o "enteogeni" probabilmente di prima qualità, v'è
francamente il serio pericolo che, fra quanti si avvicinano a questa esperienza,
vi sia chi vi si "tuffi" senza badare a precauzioni di alcun genere, né tanto
meno a dosi o a subdosi.
Eppure, queste amanite sono meno innocue dei funghetti (Psilocybe spp.). Non si
tratta di tirare qui in causa i rarissimi casi fatali per ingestione di A.
muscaria verificatisi in Siberia a seguito di assunzione di enormi quantità di
questo fungo, probabilmente più potente e, forse, più "muscarinico" in quelle
regioni, che non in Europa. Un problema più concreto è costituito dal fatto che
questo fungo, specie se assunto in maniera inadeguata, può provocare spiacevoli
effetti fisici quali nausea, crampi allo stomaco, vomito, tremore agli arti,
ovvero una vera e propria intossicazione, generalmente e forse sempre di lieve
entità. E più la paura che si prende che il concreto pericolo che si corre. Ma
il raccoglitore di buone esperienze non è in cerca di questo. Una volta
"calibrato" il metodo di preparazione e di assunzione di questo fungo,
attraverso il buon senso e semplici metodiche di autosperimentazione, egli sarà
in grado di utilizzarlo positivamente con il medesimo grado di sicurezza con cui
è solito avvicinarsi ad altre piante e sostanze psicoattive.
Lo psiconauta tiene adeguatamente e costantemente conto: dell'importanza della
corretta identificazione del fungo, specie se si tratta di agarico panterino o
se sta osservando forme iniziali di sviluppo del carpoforo, ancora allo stadio
di ovulo; della significativa riduzione di rischi facendo essiccare bene i
cappelli dei funghi, prima di esperenziarli, anziché ascoltarli allo stato
fresco; del fatto che l'agarico panterino è sino a tre volte più efficace
dell'agarico muscario, ma è anche triplicato il rischio di effetti collaterali
spiacevoli e dei rarissimi casi fatali.
Di fronte alla grande variabilità nel contenuto di principi attivi e, forse, di
muscarina, dell'agarico muscario e dell'agarico panterinico, e quindi alla
imprevedibilità dei loro effetti, è buona cosa osservare campioni di funghi del
medesimo luogo e del medesimo momento, cioè di funghi provenienti dalla medesima
fruttificazione. Ciò rende possibile calibrare i dosaggi su materiale dal
contenuto più omogeneo in principi attivi.
Prima di cimentarsi nelle dosi medie o in quelle "superiori", v'è chi calibra
sempre una nuova raccolta saggiando una o più sub-dosi e una o più dosi basse di
agarico muscario e, a maggior ragione, di agarico panterino, prestando
attenzione nel far passare alcuni giorni da un'esperienza a quella successiva.
Assumere di colpo tre cappelli di questi funghi, senza previa "calibrazione", è
rischioso: è impossibile morire, ma subire effetti fisici spiacevoli è un fatto
già più probabile.
La popolazione attuale non è più "abituato" all'esperienza con questo fungo e,
dato che le convinzioni influiscono sugli effetti, è possibile che chi, pur in
maniera recondita, lo ritiene velenoso, ne ricavi per questo un'intossicazione.
Si tratta, forse, di ravvicinare gradualmente, per "riabituarli", i corpi e le
menti degli uomini d'oggigiorno a questo antico vegetale psicoattivo, di
trasformare gli effetti fisici ritenuti spiacevoli, che possono dominare
l'esperienza, in effetti secondari controllabili, di lieve entità e comunque non
più protagonisti principali dell'esperienza. Nell'Amazzonia, l'ayahuasca può
causare il vomito fra i suoi consumatori, ma ciò è vissuto come parte dell'
esperienza ed essendo culturalmente accettato non è vissuto come un problema.
Diversi fra gli europei che si sono avvicinati all'ayahuasca hanno inizialmente
vissuto il sintomo del vomito come un problema e un pericolo, con notevole
interferenza di ciò sulla qualità dell' esperienza; tuttavia, col progredire del
rapporto con l'ayahuasca, hanno gradualmente appreso ad accettarlo, sino al
punto magari di riuscire ad evitarlo, comprendendo l'adatta dieta e il miglior
approccio psico-fisico all'esperienza.
Ricerca di informazione, precauzione dinamica e ostinazione sono strumenti
indispensabili per ripercorrere autostrade neurochimiche annebbiate dall'oblio
collettivo; percorsi mentali battuti e ribattuti dall'uomo sin dall'età della
pietra.